Tavecchio cambia, una parte del calcio no. Ma ora basta con rancori e divisioni

di Vittorio Galigani
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Carlo Tavecchio è stato (ri)confermato, con merito, alla presidenza della Federcalcio per il prossimo quadriennio. Le previsioni non sono state smentite. Rispettate anche le percentuali di voto provenienti dagli exit poll. Alla resa dei conti ci si attendeva il 54/55 per cento delle preferenze. Così, realisticamente, è stato.

Gli oppositori si sono affrettati a sostenere che, con un margine così limitato, sarà difficile governare. Una espressione non condivisibile. Dall’avvento di Gravina alla presidenza della Lega Pro (dicembre 2015) gli equilibri, in Consiglio Federale, erano già mutati, ma i programmi sono andati avanti ugualmente. Tavecchio, proprio nell’ultimo anno, ha guadagnato punti ed acquisito riconoscimenti qualificanti per il suo operato.

Il presidente (ri)eletto ha beneficiato dell’apporto “sostanzioso” dei dilettanti. Cosimo Sibilia è stato capace di fare fronte unico. Pregiato il suo intervento in assemblea. Uno dei pochi relatori, tra tutte le componenti, che ha parlato di programmi. Altri, sbagliando, hanno solo inteso gettare “fango” su coloro che avevano identificato quali avversari.

Carlo Tavecchio non ha vinto soltanto per le preferenze (ribaltate) accordatagli dagli allenatori e dagli arbitri. La loro decisione (rispettabile) è stata ampiamente motivata da Ulivieri e Nicchi (solo gli stolti rimangono sempre ancorati nelle loro convinzioni). Ha vinto anche per meriti derivanti dal suo operato. Dall’analisi postuma dei voti sembrerebbe sia stato inoltre capace di rastrellare adesioni anche in campo avverso (Lega Pro e  calciatori). Rispondesse al vero, anche questo, dovrebbe essere interpretato come segnale tangente di una rinnovata  linea di pensiero. Anche la Juve, tenendo fede alle dichiarazioni del suo presidente, si è schierata con Tavecchio, lasciando con un palmo di naso chi era attestato nella convinzione opposta. Un segnale evidente, anche questo, di un errore nello schierarsi e di una valutazione sbagliata, di chi era all’opposizione, nelle proiezioni di voto.

Gli schieramenti, appunto. Per il bene del calcio nazionale il futuro dovrebbe essere in grado di azzerarli. Tutti. Ragionare a sistema non dovrebbe più essere utopistico. Tutte le componenti dovrebbero confrontarsi per favorire l’attuazione del programma stilato da Carlo Tavecchio. Per addivenire ad un patto indissolubile per (ri)conferire solidità e futuro migliore a tutto il movimento.

Ed invece ci si è già impuntati sulla inattuabilità del progetto riguardante i Centri Federali (per esempio). Sulla loro inutilità per come sono stati concepiti. Con una mentalità gretta, tipica dell’ambiente, anziché contribuire alla crescita formulando proposte alternative, si crea soltanto opposizione.

La sensazione più fastidiosa deriva dal fatto che ci si impegna più sullo scontro personale che sul confronto per l’attuazione delle riforme migliori. Il rinnovamento viene sollecitato su una ipotetica necessità dell’immediato ringiovanimento generazionale piuttosto che sulle indispensabili idee innovatrici. Come se l’esperienza non sapesse partorire tempi e metodi per l’attuazione di un piano industriale adeguato alla bisogna.

Tavecchio ha giustamente definito, quella dei campionati, la madre di tutte le riforme. Il sistema non è in grado di sostenere 102 club tra i professionisti. Latina (che rischia la radiazione), Cesena, Vicenza ed Avellino sono tra la Società in maggiore sofferenza in serie B. Solo il debito nei confronti dello Stato si valuta, complessivamente, oltre i cento di milioni di euro. Alcuni club di Lega Pro non sono stati in grado di onorare gli impegni nei confronti dei propri tesserati e dell’erario, relativamente ai mesi di Novembre e dicembre trascorsi (e siamo solo a metà stagione). Impianti e strutture, in diverse città, sono non conformi alle categorie di appartenenza. La quasi totalità dei presidenti lamenta il fatto di non essere in grado di sostenere la gestione sino alla fine del campionato. Un ritornello costante, un allarme continuo.

Viene da chiedersi perché, allora, si osteggia una riforma che appare improcrastinabile. Meglio ancora, indispensabile. Con una riflessione: che senso ha “svilire” la distribuzione di risorse economiche a società in grave crisi consolidata. Sull’orlo del fallimento ed a rischio radiazione.

Il restyling del sistema, quantomeno dalla serie B ai dilettanti, va attuato nel minor tempo possibile. Ragionando a sistema, anche con la serie A, sulla qualità del prodotto realizzato dalle categorie minori (B, Lega Pro e Lnd) e sul valore del sostegno economico (adeguato) che va a tutte riconosciuto. 

Carlo Tavecchio le sue idee le ha tradotte in quel programma. Le componenti, tutte, hanno il dovere di sostenerlo con coscienza e responsabilità. Evitare il ripetersi dei casi Parma è un obbligo (a Latina, secondo le notizie più recenti, stanno andando vicinissimi al tracollo, i coinvolgimenti di alcuni tesserati sembrerebbero pesantissimi).

Qualità, riforme e sostenibilità sono la “ricetta” migliore. L’interpretazione immediata nel saper condividere idee, progetti e gestioni. Accantonando antipatie personali, rancori e pregiudizi. Mettendo da parte tutte le lacerazioni interne (assurde) per risanare una delle aziende più interessanti del panorama industriale della Nazione.

Nell’Italia dei campanili (e del denaro) si può?


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