Matera, Maglione, lo “scontro” Tavecchio-Abodi: le tre prove di un calcio che non vuol crescere

di Vittorio Galigani
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Vittorio Galigani
Vittorio Galigani

Un passaggio, sull’aggressione avvenuta nei confronti dei tre giocatori del Matera, è doveroso. La definirei la classica “manifestazione” di chi non conosce le regole del saper vivere. Che è sempre alla ricerca di un pretesto per offendere ed esercitare violenza. Che non “conosce” lo sport. Che non è realmente tifoso. Perché chi ama veramente i propri colori, quei gesti inconsulti non li compie. Mai. Sono soggetti asociali, al di fuori di ogni realtà umana, che nascondono, dietro il pretesto di una sconfitta, le loro voglie “malsane”. L’intimidazione e l’aggressione. Morale e fisica.

Matera è una città stupenda. Per cultura e tradizioni. Una eccellenza storica, artistica, architettonica. Apprezzata per il clima ospitale creato dalla sua gente. Una immagine positiva, esportata anche nell’ambiente dei tifosi, che non può essere deturpata dal comportamento vigliacco di pochi, miseri, scalmanati. Sbandati, esclusi dalla società, che meritano soltanto di rimanere emarginati. 

Mi è stato chiesto di ritornare, per un chiarimento, sulla vicenda delle inibizioni che vedono coinvolto l’avvocato Francesco Maglione, nel presente amministratore del Melfi. Il tutto in riferimento a quanto da me in precedenza asserito sulla notifica del provvedimento. 

Il codice sportivo recita che vale la data di pubblicazione nel comunicato ufficiale (9 febbraio 2017).  La comunicazione indirizzata alla persona fa solo testo come data di decorrenza per l’eventuale impugnazione del provvedimento. Così recitano le norme. Un fatto puramente formale, come si vede. Nella sostanza Maglione ha realmente “sforato” il limite concesso dalle norme (il cumulo di un anno di squalifiche negli ultimi dieci). Correttezza e buon senso avrebbero  dovuto consigliarlo di fare, per tempo, un elegante passo indietro. A prescindere da ogni interpretazione dei regolamenti. Rimettendo le proprie dimissioni nelle mani del presidente di Lega. Evitando inoltre di presenziare, arbitrariamente, a direttivi ed a sedute assembleari  che gli sono interdette. Ribadisco un concetto: nulla di personale nei confronti dell’avvocato Maglione, ma visto che quelle sono le norme, dovremmo tutti adeguarci e rispettarle. Per etica e qualità. Per un sistema migliore.

Sulla qualità, sulle riforme e sui criteri di sostenibilità del calcio nazionale si stanno “affrontando” Carlo Tavecchio ed Andrea Abodi. I due candidati alla carica di Presidente della Federcalcio. Con programmi e con linee di pensiero diverse desiderano entrambi identificare il percorso più breve e migliore per giungere al risanamento del sistema.

Il confronto dovrebbe essere solo sui programmi. Quello di Carlo Tavecchio appare al momento più articolato. Nella settimana prima degli “esami” (si vota il 6 marzo prossimo) si avverte invece che lo scontro si fa sulle persone. Non mi sembra serio.

Ho un’idea  sulla gestione del “palazzo”. Avrei preferito una “scelta” unanime, di grande condivisione. Un tavolo attorno al quale riunire tutte le componenti. Ragionando a sistema. Un progetto a lungo termine. Prevedendo, ora per allora, il succedersi degli uomini nel ruolo presidenziale. Tutti sotto la stessa egida con lo stesso credo politico. I colpi bassi dell’ultimo momento e la ricerca spasmodica dei “franchi tiratori” porteranno invece ad una nociva contrapposizione delle linee programmatiche. Ci sarà sempre un Consiglio Federale diviso, con una parte dello schieramento all’opposizione. Ci sarà sempre un aperto contrasto, tra le varie componenti, sia sulle riforme che sulla ripartizione delle risorse finanziarie.

In ossequio alla linea di pensiero sopra esposta ho recentemente sostenuto che Carlo Tavecchio merita fiducia per la riconferma. L’andare a ritroso alla ricerca di “armadi” (ipotetici) e di “scheletri” (improbabili) non qualifica gli oppositori. Nel mondo del calcio non esistono  santi. Non sono mai esistiti. Peraltro, le metodologie di gestione, introdotte dall’attuale presidente, hanno prodotto risultati interessanti riguardanti l’aspetto finanziario e quello della politica sportiva.

Non sta a chi scrive suggerire chi potrebbe surrogarlo, alla scadenza del nuovo mandato, portando avanti, negli anni, tematiche e progetti ormai affermati per il consolidamento dell’industria nazionale del calcio.

So già che si tratta di una condivisione impossibile. Troppe, anche se assurde ed insanabili, le lacerazioni interne. Contrasti che stanno comunque a significare la scarsa reale volontà di “crescere”.

Con una certezza. Il calcio italiano, per ricavi e strutture, non è in grado di sostenere 102 club professionistici. Sarebbe opportuno, quanto prima, correre ai ripari.


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